Abbiamo letto quanto nelle cronache è stato riferito a proposito degli interventi di cui si sono fatte carico le forze dell’ordine, che ringraziamo per lo scrupoloso e necessario lavoro: conservare, anche a scuola, un ambiente protetto ci sembra un impegno che incarna un’esigenza di tutela della salute, prima di tutto. Conosciamo fin troppo bene a quali fragilità e a quante cadute sia esposto il cammino verso l’età adulta e per questo interpretiamo come indispensabile la massima severità e chiarezza nell’applicazione delle regole. Restiamo saldamente al fianco dello Stato per il rispetto delle norme, con serena intransigenza e senza giustificazioni di sorta.
Nondimeno, la comprensibile e forte risonanza che questi episodi possono avere presso l’opinione pubblica ci spinge, in quanto comunità di educatori, a prendere la parola affinché il dibattito sul tema dolente e spinoso delle dipendenze non divenga terreno di semplificazioni astratte e preconcetti. Pur condividendo l’allarme e la costernazione dinanzi a simili vicende, ci sentiamo di respingere con forza ogni rappresentazione unilaterale tesa ad appiattire la complessità umana della questione banalizzandola con la formula della “caccia al ladro”.
Rifiutiamo altresì la tentazione di ridurre a uno stereotipo la varietà meravigliosa del nostro “capitale sociale” (il migliaio e più di ragazzi che vivono la nostra scuola): la comunità scolastica, fatta di studenti, insegnanti e personale, non si presta a ricostruzioni semplicistiche, ma pretende, per essere compresa, la pazienza di una vocazione quotidiana, di presenza e ascolto, inevitabilmente impastata di tentativi ed errori, con tutti i suoi umanissimi limiti.

Il traffico e il consumo di sostanze illecite è un affare miliardario che coinvolge l’intera società: un vero e proprio settore economico capace di trasformare in oro il vuoto esistenziale, la debolezza, il dolore di milioni di persone, facendo profitti a scapito della vita e della salute. Nella devianza vogliamo continuare a scorgere la spia di un disagio profondo e talvolta anche una richiesta di aiuto più che una “cattiva” volontà individuale. Questo non toglie nulla all’urgenza di affermare una cultura delle regole, ma ci ricorda che la legalità non è un valore di per sé, ma cammina sulle gambe della giustizia e della solidarietà.

La scuola, in quanto piccola comunità, ripropone le disfunzioni e le discontinuità che riconosciamo nel mondo in cui la scuola si inserisce e di cui è espressione: non renderebbe un buon servizio alla verità chi pensasse, con le parole d’ordine dell’emergenza educativa, di fare della scuola stessa il capro espiatorio di tensioni e contraddizioni che si radicano altrove e che spesso al contrario trovano nella scuola un argine e un primo rimedio. L’I.I.S. Parentucelli Arzelà, con la sua storia, non ha mai rinunciato alla propria vocazione di istituzione aperta e plurale, scommettendo sul rapporto con la città, con le aziende, con le associazioni, con gli enti pubblici. Particolare valore in tal senso riveste il rapporto costante con il Presidio di Libera “Dario Capolicchio” e con l’associazione L’égalité. Vorremmo che il molto lavoro di questi anni, fatto soprattutto di dedizione silenziosa, ricevesse un’attenzione almeno pari a quella riservata a episodi gravi, ma insufficienti a costituire di per sé una base di giudizio dello sforzo educativo di centinaia di persone. Vorremmo che si parlasse di scuola al di là di ogni facile luogo comune o generalizzazione in nome della tutela di un interesse collettivo di una comunità educante.

Perciò invitiamo tutti a lavorare con la scuola e dentro la scuola, per dare una risposta che, pur passando da una necessaria e severa sanzione, non si esaurisca nel momento repressivo, ma si apra all’intelligenza delle cose e delle persone, senza ipocrisie o fariseismi: sappiamo, ricordando Mario Lodi e Gianni Rodari, che «è difficile fare le cose difficili», ma crediamo che appunto a questo serva la scuola, ad affrontare insieme gli ostacoli di una realtà spesso ingiusta e dolorosa, senza dimenticare le sfide dell’emancipazione attraverso la cultura. Insomma, il sogno di «liberare gli schiavi che si credono liberi».